
"Tutto ciò che nel film riguarda la religione cattolica e le eresie cui essa ha dato luogo, in specie dal punto di vista dei dogmi è rigorosamente esatto. I testi e le citazioni sono tratti sia dalle scritture che da opere di teologia e di storia ecclesiastica, antiche e moderne."
Dopo questo messaggio-avvertimento, il nulla. Occorre riordinare le idee e gli spunti (tanti) che questo film ci dona prima di giungere a una qualsiasi considerazione. Intanto Bunuel, che apre ancora una volta il suo scrigno contenente rubini dell'onirico e diamanti del surrealismo, avvolti nel più tipico velluto contestatorio. L'opera, rara e sempre attuale parabola moderna, sfrutta intelligentemente l'oscurantismo propagato dal sistema religioso che come un cancro ha infettato inesorabilmente la società attecchendo e svincolando ogni futuro tentativo generazionale di distruggere il monopolio ecclesiastico, figlio dei dogmi (instaurati nei popoli come un incurabile malanno) e delle storiche barbarie costantemente giustificate nel nome di dio. Bunuel presente due uomini poveri in cerca di fortuna a Santiago, paese spagnolo famoso per essere il vertice del lungo viaggio purificante chiamato appunto Via Lattea (il cammino di Compostella, il campo della stella, washer spirituale secondo la moltitudine di pellegrini che lo attraversa ogni anno), i cui nomi, Jean e Pierre rimandano ad altre due figure importanti presenti nella sacre scritture.. Gli umili viandanti in cerca di una vita migliore di quella che conducono (Bunuel sceglie sempre come "eroi" persone prelevate dai ceti sociali più misericordiosi - ma non per questo inferiori direbbe - e anche "La via lattea" non fa esclusione in questo. Le riprese, sempre grezze e artigianali, in ogni modo ricche di spessore artistico inconfutabile, sono anch'esse inserite nel pieno del suo stile creativo, il classico "buona la prima" che il maestro spagnolo utilizza di continuo per sottolineare un'arte basata sulla spontaneità del gesto e "sull'onestà" degli sguardi dei suoi interpreti), sono però costretti a sottostare alla volontà di un'entità inviolabile, e qui entra in gioco l'astuzia impareggiabile di Bunuel nel servirsi delle armi tipiche che le colonne religiose usano a loro volta per soggiogare l'uomo dalla notte dei tempi. Parte quindi il pazzesco (per contenuti) carosello audiovisivo (nel caso di questo grande cineasta si potrebbe sempre usare l'aggettivo "pittorico") a cui noi, al pari dei due uomini, siamo costretti (per piacere nel farlo) ad assistere; al termine di esso, ne abbiamo la piena consapevolezza già dalle prime sequenze, si formerà nella nostra mente l'irreparabile piacevolezza (filmicamente parlando) sensitiva, l'intangibile prova che, in un secondo che dura tutto il film, siamo stati attraversati (a velocità inaudita) da una scarica vastissima di genio, scindibile ulteriormente nelle lame surreli-oniriche che scalfiscono le vicende. Quella strada ove transitano i protagonisti e le bizzarre figure che inevitabilmente si accostano al loro cammino altro non è che il filo conduttore del carro allegorico di Bunuel: introduce strani personaggi, un'insieme di profeti che indirizzano assiduamente la purezza dei due amici, modellandola a proprio piacere, come "il gregge" delle anime umane strumentalizzato dalla bassezza delle forze maggiori (la metafora sta nel momento in cui i due, dapprima fonte inesauribile - derivante però dai sentimenti naturali e comprensibili - di richieste verso persone caritatevoli, arrivano a rubare e mentire per un prosciutto, lampante concetto simbolico del materialismo, del superfluo, del carattere borghese - nemico giurato del regista -). Procedendo a ritroso si arriva quindi alla semplice conclusione di un'opera basata sull'ambiguità delle leggi morali religiose, che a loro volta si basano sulla speculazione di affermazioni pre-designate ("..I testi e le citazioni sono tratti sia dalle scritture..") che non trovano però un corrispondente pratico nella vita reale, o trovando esattamente l'antitesi di esso (.."le eresie cui essa ha dato luogo"..). Si ritorna all'inizio (fine), al nulla più accecante, alla verità più celata e mascherata sulle morti di milioni di finti eretici, come i personaggi che scorgiamo di tanto in tanto dissentire, manifestare dubbiosità verso la tossica rete di menzogne gettata in corrispondenza di tutto.
Tantissimi cambi di sequenza, l'assecondarsi di personaggi (reali e non) perennemente in conflitto (il duello, al quale Jean e Pierre sono tenuti a presenziare) e l'uso ricorrente di citazioni, si fondono in un proiettile sparato in bilico tra sogno e realtà, sparato a quel papa accerchiato dalla folla ("Ho sognato", asserirà il più giovane e (in)sicuro della coppia di viandanti) o sparato dalle bocche (la voce come simbolo di verità, come simbolo di propagazione per una disciplina infausta) di bambine che urlano "anatema!". Alla fine il viaggio si conclude, il carosello si spegne (ma persiste a sfornare situazioni e creature assurde/lucidissime dentro di noi) e la profezia si avvera: a Santiago, ad attenderli vi è il presagio dell'amore senza scrupoli, la via metafisica (non sappiamo mai se e quando possiamo parlare di fatti concreti) che chiede oro in cambio di due figli dai nomi "Tu non sei il mio popolo" e "Non più misericordia" (il simbolismo più grandioso che condanna la chiesa e i suoi mandanti). La predizione è compiuta e la divinazione (di un dogma completamente in opposizione clericale) è avvenuta, anche se l'unica visione,la sola folgorazione, ce ne rendiamo conto, resta il film stesso.