venerdì, 14 luglio 2006, ore 12:31

Ricordo la prima volta che ascoltai Wish You Were Here. Tornando da un viaggio, mi trovavo in macchina alla destra del mio vecchio. Non conoscevo i PF, non potevo immaginare che quel momento lungo un disco sarebbe diventato fondamentale per la mia esistenza. Il sole batteva non insistentemente sui finestrini, l'orario praticamente serale garantiva un buon compromesso tra luce e piacevole brezza. Le prime inquietanti note della prima inquietante parte di Shine On si accomodavano inesorabili nella mia mente come un telo che vuole nascondere ogni altra possibilità musicale; il testo non potevo, non dovevo capirlo subito tutto, ma ne restai affascinato percependo la netta volontà tributaria dell'opera. Ora parte 1 e 2 non hanno molta differenza per me, credo in Shine On come in un unico magistrale contratto con la vita che troppo spesso finisce prima della morte certificata. Quei numeri impazziti sul display del cd player continuavano a incrementarsi, azzerandosi ogni cinque minuti e ripartendo fino a (e con questo non voglio assolutamente bollare come inutili o minori le due personalissime e intime tracce "prima di") Wish You Were Here, brano dal titolo omonimo non solo all'album ma a un sentimento che si accavallò nella mia testa per fuoriuscirne ogniqualvolta desideravo con tutto il cuore che "Someone Was Here". Ricordo nitidamente il contesto in cui ascoltai questa perfetta lettera d'amore: un lunghissimo quanto rassicurante viale alberato poggiante sulla campagna padana tagliato metaforicamente dal manto stradale, la colata di asfalto che avrebbe fatto ripugnare Syd. Perchè in quel quadro autunnale Roger Keith "Syd" Barrett non rappresentava e non rappresenterà mai qualcosa di sì volgarmente materiale. Egli era l'impercettibile e incaptabile eco della natura, il silenzioso gioco del cielo o la meticolosità di milioni di specie che continuano la loro vita a ogni movimento di palpebra. Non ho mai più amato una canzone in quel modo, non ho mai più trovato una forma d'arte che colmasse i vuoti generati dalla (necessaria) lontananza con organismi per i quali provavo amore, vero o finto che fosse. Mi dissero "questa è dedicata a Syd Barrett, quello che morì allucinato". Mi sta bene. L'eterea morte dell'anima che si vede costretta a lasciar perdere ciò che non vuole comprendere, allucinata da un mondo eretto e edificato su piaghe disperate e menzogne secolari.

Ora e per sempre abbiamo la certezza che potrai distinguere il paradiso dall'inferno, e che restituirai, semmai l'avessi davvero scambiato, quel ruolo primario in gabbia.

0blio
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martedì, 13 giugno 2006, ore 18:34

- 10-(11) Giugno ritrovo malati vari a scopi davvero poco didattici -

Per due giorni parma si è vista costretta a ospitare sei lugubri personaggi alquanto ai bordi della società odierna. O meglio, più che Parma, una stanza di un appartamento situato in una via di codesta città. Segnali di vita. Il buio che inghiottisce le parole, messaggi di fumo e una ventina di litri di malto e luppolo. Quanto basta per acquisire il coraggio necessario a porre nel lettore dvd il film NANA, "harakirizzandosi" definitivamente. Scorre, forse perchè primo di una lunga serie e nessuno si aspetta poi molto, e finalmente finisce. Già rimosso. Il ricordo del film, perchè ciò che invece ne deriva è straordinario: si inizia a parlare della visione, ma come è intuibile le dicerie sconfinano ben presto su altri inerenti tasti..Diciamo dunque che NANA, nella sua bruttezza, è stata la vera scintilla del fest. Lo scenario è infestato da discorsi squilibrati (e, omaggiando Pierre, squilibranti) che la timida forma di NANA ha creato dal nulla. Sulla forma di NANA poco da dire, su tutti i confronti che balzano alla mente di sti sei disperati, non basterebbe un libro. Dal freezer notizie positiv(ist)e, le birre si stanno allontanando dal caldo del supermarket e presto saranno ospiti delle nostre fauci. Si decide così di sparare nel player il secondo film in rassegna, Three Times di Hou Hsiao Hsien. Io la mia l'ho detta, anche se non ha trovato riscontro in tutti gli altri membri del club (a dire il vero c'è chi ha apprezzato, e tanto anche). Mi sono dovuto fermare qui per frustranti quanto incombenti impegni, ma è restato tanto. E' restata la piacevolissima compagnia, i discorsi allucinati e il calore che il cinema (la passione per il) regala ai suoi seguaci. Quando una cosa che ami diviene il pretesto per creare piacevoli situazioni la si ama ancora di più, lo dimostra il pre e durante festival, tra effusioni "Brokebackmountainiane", piccoli sabotaggi (ma proprio piccoli!) alla rete dei trasporti urbani e il dilemma che accompagna l'uomo dalla notte dei tempi: Marzullo, genio o imbecille?

 

PRO E CONTRO DEL (META') FESTIVAL:

PRO:

_ La tele più grande di me
_ Il film di apertura
_ Il freezer in camera (invidia)
_ Il divano che inghiottisce la gente
_ La protesta mia e di bu contro la società dei bus
_ La splugen


CONTRO:

_ La sfiga di non aver potuto farmi il day-two per cause maggiori
_ La scarsa capienza della vescica
_ Il tipo che ha anticipato Peckinpah uccidendomi l'ennesimo mito
_ La luce che salta (considerando però durante che film è andata via, siamo sicuri che vada inserito nei contro?)


Ci si becca al prossimo ritrovo di questa sporca mezza dozzina, con la speranza di perdere un po' delle mie sfortunate capacità dissolutive!!

0blio
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mercoledì, 26 aprile 2006, ore 14:30

All religions make me wanna throw up
All religions make me sick
All religions make me wanna throw up
All religions suck
They all claim that they have the truth
That'll set you free
Just give 'em all your money and they'll set you free
Free for a fee

They all claim that they have 'the Answer'
When they don't even know the Question
They're just a bunch of liars
They just want your money
They just want your consciousness

0blio
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giovedì, 13 aprile 2006, ore 10:07

 

sessanta dipinti a olio e venti tra disegni e lettere illustrate realizzati dal genio surrealista tra il 1925 e il 1967, quaranta dei quali provenienti dalla Fondation Magritte

Dopo la mostra del 2004 Joan Miró. Alchimista del segno che ha riscosso l’interesse di 76.000 visitatori, e l’evento Picasso. La seduzione del classico del 2005, che ha portato sulle rive del Lario oltre 77.000 persone, il Comune di Como ha annunciato la nuova grande iniziativa in programma per la prossima primavera. Dal 25 marzo al 16 luglio 2006, infatti, nelle sale della settecentesca Villa Olmo si terrà la mostra dedicata a RENÉ MAGRITTE, organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Como in collaborazione con la Fondation Magritte di Bruxelles e i Musées Royaux des Beaux Arts di Bruxelles, con il contributo di Poste Italiane, Vodafone, Bayer. Il coordinamento organizzativo è affidato a CSU.
La rassegna, curata da Michel Draguet e Maria Lluïsa Borràs, raccoglierà sessanta dipinti a olio e venti tra disegni e lettere illustrate realizzati dal genio surrealista tra il 1925 e il 1967, quaranta dei quali provenienti dalla Fondation Magritte.
L’appuntamento di Como sarà l’ultima occasione per ammirare in Italia questi capolavori, prima della loro definitiva collocazione nel Museo Magritte di Bruxelles, che si aprirà nell’aprile 2007.

«La mostra su René Magritte prosegue la stagione dei grandi eventi a Como. È un ulteriore passo - sottolinea il sindaco di Como Stefano Bruni - di un percorso ambizioso che a pieno titolo ci ha già inserito nel circuito delle città d’arte, con importanti benefici per il territorio, per la naturale vocazione turistica e per il prestigio della nostra città».

«Magritte a Como è un “progetto culturale integrato”, aperto alla letteratura, alla poesia, al teatro - evidenzia l’Assessore alla Cultura del Comune di Como, Sergio Gaddi, che ha fortemente voluto l’evento seguendolo personalmente in ogni dettaglio -. Negli ultimi 25 anni è stato possibile vedere il maestro del surrealismo in Italia solo due volte. La grande mostra di Como è il frutto di relazioni strettissime con la comunità scientifica internazionale. La cultura, sulla quale stiamo puntando con decisione, è l’identità stessa del nostro Paese oltre che il motore della nuova economia urbana».

  • orario: martedì, mercoledì e giovedì 9.00 – 20.00; venerdì, sabato e domenica 9.00 – 22.00. Lunedì chiuso (La biglietteria chiude un’ora prima)
    (possono variare, verificare sempre via telefono)
  • biglietti: intero: € 9; ridotto: € 5 dai 6 ai 16 anni, over 65, studenti universitari, gruppi
  • vernissage: 24 marzo 2006. ore 18
  • catalogo: € 25 in mostra, € 30 in libreria
  • curatori: Maria Lluïsa Borràs, Michel Draguet

Il sito della mostra : http://www.magrittecomo.it/

0blio
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lunedì, 10 aprile 2006, ore 21:19

 

un ringraziamento agli amici di positifcinema.com

0blio
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martedì, 28 febbraio 2006, ore 21:32

 

"Tutto ciò che nel film riguarda la religione cattolica e le eresie cui essa ha dato luogo, in specie dal punto di vista dei dogmi è rigorosamente esatto. I testi e le citazioni sono tratti sia dalle scritture che da opere di teologia e di storia ecclesiastica, antiche e moderne."

 

Dopo questo messaggio-avvertimento, il nulla. Occorre riordinare le idee e gli spunti (tanti) che questo film ci dona prima di giungere a una qualsiasi considerazione. Intanto Bunuel, che apre ancora una volta il suo scrigno contenente rubini dell'onirico e diamanti del surrealismo, avvolti nel più tipico velluto contestatorio. L'opera, rara e sempre attuale parabola moderna, sfrutta intelligentemente l'oscurantismo propagato dal sistema religioso che come un cancro ha infettato inesorabilmente la società attecchendo e svincolando ogni futuro tentativo generazionale di distruggere il monopolio ecclesiastico, figlio dei dogmi (instaurati nei popoli come un incurabile malanno) e delle storiche barbarie costantemente giustificate nel nome di dio. Bunuel presente due uomini poveri in cerca di fortuna a Santiago, paese spagnolo famoso per essere il vertice del lungo viaggio purificante chiamato appunto Via Lattea (il cammino di Compostella, il campo della stella, washer spirituale secondo la moltitudine di pellegrini che lo attraversa ogni anno), i cui nomi, Jean e Pierre rimandano ad altre due figure importanti presenti nella sacre scritture.. Gli umili viandanti in cerca di una vita migliore di quella che conducono (Bunuel sceglie sempre come "eroi" persone prelevate dai ceti sociali più misericordiosi - ma non per questo inferiori direbbe - e anche "La via lattea" non fa esclusione in questo. Le riprese, sempre grezze e artigianali, in ogni modo ricche di spessore artistico inconfutabile, sono anch'esse inserite nel pieno del suo stile creativo, il classico "buona la prima" che il maestro spagnolo utilizza di continuo per sottolineare un'arte basata sulla spontaneità del gesto e "sull'onestà" degli sguardi dei suoi interpreti), sono però costretti a sottostare alla volontà di un'entità inviolabile, e qui entra in gioco l'astuzia impareggiabile di Bunuel nel servirsi delle armi tipiche che le colonne religiose usano a loro volta per soggiogare l'uomo dalla notte dei tempi. Parte quindi il pazzesco (per contenuti) carosello audiovisivo (nel caso di questo grande cineasta si potrebbe sempre usare l'aggettivo "pittorico") a cui noi, al pari dei due uomini, siamo costretti (per piacere nel farlo) ad assistere; al termine di esso, ne abbiamo la piena consapevolezza già dalle prime sequenze, si formerà nella nostra mente l'irreparabile piacevolezza (filmicamente parlando) sensitiva, l'intangibile prova che, in un secondo che dura tutto il film, siamo stati attraversati (a velocità inaudita) da una scarica vastissima di genio, scindibile ulteriormente nelle lame surreli-oniriche che scalfiscono le vicende. Quella strada ove transitano i protagonisti e le bizzarre figure che inevitabilmente si accostano al loro cammino altro non è che il filo conduttore del carro allegorico di Bunuel: introduce strani personaggi, un'insieme di profeti che indirizzano assiduamente la purezza dei due amici, modellandola a proprio piacere, come "il gregge" delle anime umane strumentalizzato dalla bassezza delle forze maggiori (la metafora sta nel momento in cui i due, dapprima fonte inesauribile - derivante però dai sentimenti naturali e comprensibili - di richieste verso persone caritatevoli, arrivano a rubare e mentire per un prosciutto, lampante concetto simbolico del materialismo, del superfluo, del carattere borghese - nemico giurato del regista -). Procedendo a ritroso si arriva quindi alla semplice conclusione di un'opera basata sull'ambiguità delle leggi morali religiose, che a loro volta si basano sulla speculazione di affermazioni pre-designate ("..I testi e le citazioni sono tratti sia dalle scritture..") che non trovano però un corrispondente pratico nella vita reale, o trovando esattamente l'antitesi di esso (.."le eresie cui essa ha dato luogo"..). Si ritorna all'inizio (fine), al nulla più accecante, alla verità più celata e mascherata sulle morti di milioni di finti eretici, come i personaggi che scorgiamo di tanto in tanto dissentire, manifestare dubbiosità verso la tossica rete di menzogne gettata in corrispondenza di tutto. Tantissimi cambi di sequenza, l'assecondarsi di personaggi (reali e non) perennemente in conflitto (il duello, al quale Jean e Pierre sono tenuti a presenziare) e l'uso ricorrente di citazioni, si fondono in un proiettile sparato in bilico tra sogno e realtà, sparato a quel papa accerchiato dalla folla ("Ho sognato", asserirà il più giovane e (in)sicuro della coppia di viandanti) o sparato dalle bocche (la voce come simbolo di verità, come simbolo di propagazione per una disciplina infausta) di bambine che urlano "anatema!". Alla fine il viaggio si conclude, il carosello si spegne (ma persiste a sfornare situazioni e creature assurde/lucidissime dentro di noi) e la profezia si avvera: a Santiago, ad attenderli vi è il presagio dell'amore senza scrupoli, la via metafisica (non sappiamo mai se e quando possiamo parlare di fatti concreti) che chiede oro in cambio di due figli dai nomi "Tu non sei il mio popolo" e "Non più misericordia" (il simbolismo più grandioso che condanna la chiesa e i suoi mandanti). La predizione è compiuta e la divinazione (di un dogma completamente in opposizione clericale) è avvenuta, anche se l'unica visione,la sola folgorazione, ce ne rendiamo conto, resta il film stesso.

0blio
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domenica, 26 febbraio 2006, ore 18:40

Le eiaculazioni di un orgasmo disperato
germinato sui rifiuti del consumo siamo noi
siamo quei pensieri e desideri insoddisfatti
che tu cerchi invano di inghiottire e di dimenticare
ma gorgogliano vivi ti tornano alla mente
incrinano i valori in cui credevi da sempre
gelido sudore di una notte senza sonno
con l'angoscia di un domani sempre uguale siamo noi
siamo quei momenti di fredda lucidità
in cui capisci che sei schiavo e non riesci a sopportare
una vita sprecata una recita banale
e malgrado ogni tuo sforzo non ti riesci a controllare
istinti di rivolta e affermazione personale
le voci che ti gridano di vivere siamo noi
siamo il frutto marcio della decadenza urbana
che ha trovato il proprio senso in un altra verità
e non riuscirete ad annientarci o isolare il nostro germe
il nuovo fiore reietto colpirà eternamente

0blio
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venerdì, 24 febbraio 2006, ore 23:04

poster

 

Prova che non mi ha entusiasmato quest'ultima di Lee, senza entrare nel merito della voce, che ormai gira sul film come una mosca, secondo cui tutte le nominations siano state date come premio ai "differenti" gusti sessuali dei protagonisti. La trama è una sorta di frittata che a furia di essere stata girata per anni ha perso completamente il suo interesse, se non trattata con guanti di velluto: un'America lontana per le vedute odierne che condanna la libertà dei protagonisti , colpevoli di essersi abbandonati a un amore troppo libero per le catene etico-sociali che li opprimono. Passione con i relativi problemi che comporta e finale strappalacrime sono infatti gli ingredienti utilizzati da Lee per farcire un prodotto che denota suo malgrado la scarsezza di argomenti del nuovo millenio Accademy.  Un film senza infamia e senza lode, che tenta a ogni curva di far cadere l'occhio sulle meravigliose vedute paesaggistiche del Wyoming (incantevoli, ma che tuttavia non possono costituire la spina dorsale di un film) o sulle incompresioni che si vengono a creare nel momento in cui i due caratteri opposti (le esplosioni emotive di Jake Gyllenhaal sono ostinatamente in tenace contrapposizione con le vedute ragionate di Heath Ledger) fanno scaturire le discussioni, pacate o violente, nelle quali si deposita contemporaneamente il meglio e il peggio della pellicola. Se i pregi di BM sono appunto le conclusioni generate da tali liti, sorgenti infinita di (in)sicurezza, necessaria per mantenere un ritmo accettabile (a tratti la gestione del tempo filmico risulta l'elemento maggiormente apprezzabile) durante i 120 min di proiezione, è anche impossibile non rimanere attoniti quando vengono presentate allo spettatore sequenze di ridicola agitazione emotiva, non tanto per i legittimi sentimenti dei due giovani, quanto per una sceneggiatura perennemente fuori contesto (celebre in  negativo il momento in cui Ennis abbatte fisicamente un provocatore locale nell'ambito di una fiera, il quale mancava di rispetto a lui e alla moglie per cui non nutre nemmeno più attrazione). Finale amaro annunciato, con annessi i pentimenti di Ledger, generati dalla vita prudente che svolgeva. Grande candidato a molteplici riconoscimenti, già vincitore dei Golden Globes, questo Broke(ironizzato da molti con il suffisso -EN )back Mountain è dunque una buona prova descrittiva, soprattutto del contesto sommario e dell'ambientazione circospettiva, ma che non riesce mai a estrapolare emozioni dalla vicenda vera e propria che accompagna i due innamorati alla tragedia. Il sottotitolo che l'ha accompagnato (Love Is A Force Of Nature ) è quanto di peggio inventabile: in esso vi è tutta l'intenzione di sviare gli sguardi sui pascoli perfettamente disegnati, sui colli abilmente fotografati e sulla luce di un sole che non si posa mai sulla struttura centrale, rimandata di continuo come la relazione di Jack e Ennis.

0blio
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sabato, 07 gennaio 2006, ore 17:23

Primo lungometraggio di Resnais e pioniere della Nuovelle Vague, Hiroshima Mon Amour va analizzato con grande accuratezza e attenzione per imprimere nello spettatore le immagini ordinate di quei due giorni, interminabilmente profondi, vissuti nella terra dell'oblio, dove il tempo si è fermato e rivive nello splendido quarto d'ora introduttivo e nella passione di far scivolare la memoria grazie all'intensa relazione dei protagonisti.
Capolavoro, perchè di esso stiamo parlando, letteralmente simile al successivo Marienbad per ricchezza strutturale del testo ma diversissimo per contenuti. Hiroshima, parola e tema ricorrente nell'intero svolgimento delle sequenze audiovisive, padroneggia soprattutto la prima parte del film, il simbolico presente (tempo, ricordo, memoria, temi molto cari al maestro francese) ma anche il tetro passato di una città distrutta dall'orrore dei fatti, le cui conseguenze sono descritte con una precisione chirurgica durante le sequenze del museo, dell'ospedale e delle vie cittadine, quando cioè la voce di Emanuelle Riva (la protagonista femminile) ci introduce nelle situazioni sofferte della popolazione, contrapponendo però scene di grande dolore a scene di quotidianità (che lei stessa ha vissuto senza esserne direttamente partecipe), scandite da brevi inquadrature della passione dei protagonisti nella loro intimità. Dopo lo scrupoloso viaggio-documentario, nel quale sono i dialoghi (un altro aspetto fondamentale nei film di Resnais) monologati della donna a fondersi con l'immagine, si entra nella ciclica storia d'amore della bella francese di Nevers con il giapponese che al tempo di Hiroshima era sul fronte. Nei due giorni in cui le loro esistenze si mescolano, si amalgamano morbidamente (nei film di Resnais il concetto di unione, di crogiuolo, non è mai interpretato come qualcosa di drastico, ma esso scivola lentamente e sottilmente per tutta la durata della pellicola) i ricordi di lei, che fanno riferimento a una giovinezza perduta e racchiusa nella città natale (Nevers), fermata in quel giorno in cui l'uomo della sua vita, un soldato tedesco approdato in Francia con il quale essa aveva un incrollabile rapporto amoroso, cade accasciato dallo sparo di un fucile. Il sentimento della protagonista, così grande che anche il dolore stesso non è mai abbastanza schiacciante, si esprime allora solo accasciandosi anch'essa, rendendosi partecipe per due giorni (due giorni del passato, ma parallelamente e simbolicamente essi sono i due giorni di Hiroshima) della sofferenza del compagno perduto. Seguiranno sensazioni contrastanti, dal silenzio, alla rabbia alla ritrovata calma, elementi racchiusi nel grande flashback della seconda parte del film, strutturato in modo da sovrapporre le sagome dell'uomo giapponese (amante presente e determinato alla relazione eterna) con quella del soldato tedesco, imprigionata fino ad allora, fino al momento in cui la donna fa la conoscenza del protagonista maschile, nell'oblio, in quella "follia" di cui si parla le prime volte che si menziona Nevers. La terza teorica (in realtà queste divisioni non sono possibili perchè una costante di Resnais è il concatenamento delle immagini e della trama) sessione dell'opera è più basata sul vero e proprio rapportarsi dei due attori, che si inseguono, si amano, si lasciano e ancora una volta si prendono, dall'uscita del ristorante serale, attraverso le vie illuminate di una Hiroshima sempre sveglia, sempre vigile e illuminata, sempre attenta che il ricordo del soldato tedesco possa divenire finalmente un'unica cosa con l'uomo appena conosciuto eppure da sempre nella vita della donna. E quando l'uomo giapponese, come non mai sinonimo dell'oblio passato, dell'amore perduto, sembra ottenere la volontà della donna a restare con lui, ecco che questa svanisce in quella che ormai è la mattina a Hiroshima, è un altro giorno, è il messaggio di Resnais che metaforicamente ci insegna a non vivere unicamente nei ricordi, perchè così facendo si annulla il presente ( e di conseguenza il futuro). Sublime dimostrazione di cinema, arricchito da uno spessore letterario notevole, Hiroshima mon amour presenta altri due aspetti fondamentali: la fotografia, fredda e spietata di Takahasi, unita a quella incantevole del genio Sacha Vierny (anche la fotografia rispetta l'ossatura del film contrapponendo parallelamente Hiroshima - Nevers, presente - passato) e le musiche di sottofondo curate da Delerue e Giovanni Fusco , che accompagnano i fitti dialoghi per tutta la durata delle vicende.

0blio
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